SPECIE ALLOCTONA: specie introdotta in una nuova area per l’intervento intenzionale o accidentale dell’uomo. Senza l’intervento dell’uomo la specie non riuscirebbe mai a superare le barriere naturali (montagne, mari, oceani) che separano l’area di origine da quella di introduzione. Sinonimi: specie esotica, specie aliena, specie non-nativa, specie introdotta.

SPECIE AUTOCTONA: taxon, a livello di specie o sottospecie, naturalmente presente in una determinata area nella quale si è originato o è giunto senza l’intervento diretto (intenzionale o accidentale ) dell’uomo.

SPECIE NATURALIZZATA: specie alloctona che costituisce delle popolazioni in natura in grado di riprodursi ed auto-sostenersi senza l’intervento dell’uomo. Non tutte le specie introdotte, infatti, riescono a sopravvivere nel nuovo ecosistema.  La possibilità di formare popolazioni che si auto-sostengono dipende anche dal numero di individui introdotti in natura, tanto maggiore e’ il numero di individui tanto maggiore e’ la probabilità.  Sinonimi: Specie acclimatata

SPECIE ACCLIMATATA: taxon alloctono per una determinata area ove è rappresentato da una o più popolazioni non naturalizzate.

SPECIE INVASIVA:  specie naturalizzata che si espande rapidamente nel nuovo ecosistema, anche su distanze considerevoli superando le barriere biotiche e abiotiche. L’invasione rappresenta il passaggio finale per la colonizzazione del nuovo ecosistema. Solo una piccola parte delle specie introdotte riesce a sopravvivere, tra queste, una percentuale ancora più piccola assume carattere di invasività.

SPECIE NOCIVA: Le specie esotiche invasive diventano nocive se creano danni al nuovo ecosistema oppure alle attività umane.

SPECIE INVASIVA INTRODOTTA IN TEMPI STORICI: specie introdotta da molti secoli che si e’ naturalizzata ed e’ ormai considerata parte integrante della fauna o vegetazione locali. L’uomo ha da sempre trasportato piante ed animali. Già in Epoca Romana sono avvenuti i primi trasferimenti in Italia di specie esotiche come le spezie orientali, la vite e gli animali domestici (coniglio selvatico e fagiano). Con le crociate furono portati in Europa i ratti, originari dell’Asia, mentre il topo domestico fu introdotto in Europa già nell’età del bronzo, con il commercio navale. Con la scoperta dell’America ci fu l’introduzione di molti ortaggi e frutti (patate, mais, pomodoro, fagioli, caffè, tabacco, cacao, caucciù, canna da zucchero ecc.). Nel 1800 ci fu una grande introduzione di pesci per scopi commerciali e d’allevamento come tinche, carpe, coregoni e trote. Il fenomeno delle bioinvasioni è direttamente proporzionale all’evoluzione dei mezzi di trasporto e quindi al movimento e migrazioni dell’uomo.

BIOCENOSI (COMUNITA’): E’ l’insieme delle specie animali e vegetali che coesistono nello spazio e nel tempo, in reciproca relazione. Lo spazio, o ambiente, occupato dalla biocenosi, è chiamato BIOTOPO. Un esempio di biocenosi è rappresentato dalle comunità della barriera corallina.

BIODIVERSITA’: Variabilità fra gli organismi viventi d’ogni tipo, inclusi, fra gli altri, i terrestri, i marini e quelli d’altri ecosistemi acquatici, nonché i complessi ecologici di cui fanno parte. Ciò include la diversità entro le specie, fra le specie e la diversità degli ecosistemi. (Art.2 della Convenzione Internazionale di Rio de Janeiro, 1992).

ECOSISTEMA: sistema formato dall’insieme degli organismi vegetali e animali che popolano un dato luogo (componente biotica), dai fattori ambientali (fisici, chimici, edafici = componente abiotica) e dalle loro relazioni. L’ecosistema si considera l’unità fondamentale dei sistemi ecologici e ne rappresenta il primo livello gerarchico, in cui si verifica l’interazione tra fattori abiotici e biotici; a livelli successivi, si trovano il bioma, formato da più ecosistemi, e la biosfera, composta da un insieme di biomi. Il termine “ecosistema” fu introdotto nel 1935 dall’ecologo inglese George Tansley.

INTRODUZIONE: traslocazione di una entità faunistica in un’area posta al di fuori del suo areale di documentata presenza naturale in tempi storici.

IMMISSIONE: trasferimento o rilascio, intenzionale o accidentale, di una entità faunistica. Un’immissione intenzionale viene indicata con il termine traslocazione.

REINTRODUZIONE: traslocazione finalizzata a ristabilire una popolazione di una determinata entità faunistica in una parte del suo areale di documentata presenza naturale in tempi storici nella quale risulti estinta.

RIPOPOLAMENTO: traslocazione di individui appartenenti ad una entità faunistica che è già presente nell’area di rilascio.

MIGRAZIONE: le migrazioni sono spostamenti che gli animali compiono in modo regolare, periodico (stagionale), lungo rotte ben precise (ed in genere ripetute), e che coprono distanze anche molto grandi, ma che, poi, sono sempre seguiti da un ritorno alle zone di partenza. Sono indotte da cause legate alla riproduzione (la ricerca di un luogo adatto per l’accoppiamento, per la nidificazione o per l’allevamento della prole) oppure da difficoltà di carattere ambientale che si presentano periodicamente (ad esempio il sopraggiungere della stagione fredda nelle zone temperate).

TRANSFAUNAZIONE: per transfaunazione si intende l’introduzione di una specie in un’area, appartenente politicamente allo stesso paese di provenienza della specie, in cui prima non era presente per motivi biogeografici od ecologici. Ecologicamente parlando la transfaunazione è un’introduzione di specie aliene dato che all’interno di uno stesso stato possono coesistere faune appartenenti a distretti biogeografici diversi.

MIGRAZIONE LESSEPSIANA: la migrazione lessepsiana è l’ingresso e la stabilizzazione di specie animali e vegetali dal Mar Rosso nelle acque del Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Il nome deriva da quello di Ferdinand de Lesseps, progettista del canale che unisce i mari Rosso e Mediterraneo.

BIBLIOGRAFIA

  1. Pyšek, P., Kirschner, J., Richardson, D. M., Rejmánek, M., Webster, G. L. and Williamson, M., 2004. Alien plants in checklists and floras: Towards better communication between taxonomists and ecologists. Taxon 53, 131-143.
  2. Richardson, D. M., Pyšek, P., Rejmanek, M., Barbour, M. G., Panetta, F. D. and West, C. J., 2000. Naturalization and invasion of alien plants: Concepts and definitions. Diversity and Distributions 6, 93-107.
  3. “Ecosistema,” Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2008 http://it.encarta.msn.com © 1997-2008 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

Un Commento a “Specie alloctone e biodiversità: terminologia”

  • AUTOCTONI E ALLOCTONI LE VERITA’ SCOMODE

    Il poblema del contenimento della diffusione delle specie alloctone è considerato tra le priorità della comunità europea come indicato dalla direttiva Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE. Identificando come acque in elevato e buono stato ecologico quelle in cui le specie ittiche corrispondono quasi totalmente a condizioni inalterate, ossia autoctone, e non hanno difficoltà a riprodursi. Molta confusione riguardo la presenza di alloctoni nelle nostre acque viene fatta ancora oggi ed ogni tanto ci si affida a concetti quali evoluzione delle acque o nuovi equilibri.
    A questo riguardo è opportuno fare un pò di chiarezza sulla terminologia e sulle reali problematiche in discussione, senza la pretesa di addentrarci in uno studio dettagliato delle cause e delle possibili soluzioni ma al fine di evitare prese di posizione prive di ogni fondatezza scientifica.

    -Evoluzione delle acque e perdita di biodiversità
    Non c’è stata infatti nessuna evoluzione nelle nostre acque (in pochi anni è inoltre quantomeno improprio l’uso del termine evoluzione) e men che meno nuovi equilibri biologici formati visto che questi sono quasi sempre impossibili quando si parla di specie alloctone. E l’argomentazione è cosi semplice che è in grado di comprenderla anche un bambino. Una specie, qualunque essa sia, occupa una nicchia ecologica in equilibrio nell’ecosistema in cui si è evoluta. La costruzione di tale equilibrio caratterizzato dalla presenza di diverse forme viventi, geneticamente dissimili costituisce la biodiversità relativa a quell’ecosistema ed ha richiesto migliaia, a volte anche milioni, di anni. Non è un equilibrio indissolubile, anzi prima o poi è destinato a cambiare ma per le nostre scale di riferimento è più che indissolubile. La scomparsa di una specie, libera una nicchia ecologica a discapito di un’altra specie e fa saltare immediatamente gli equilibri. Ancora peggio è lo spostamento di una specie da un ecosistema ad un altro e che per questo è chiamata alloctona. Entrambi questi fenomeni per le nostre scale temporali hanno origini antropiche e portano ad una perdita di biodiversità.
    Per questo dopo anni di ragionamenti mirati alle singole specie oggi la comunità scientifica si è concentrata sull’importanza di preservare la biodiversità, non una particolare specie, in quanto solo se conserviamo la biodiversità in toto potremo avere successo nel preservare le specie a maggiore rischio e trasmettere ai nostri figli un ambiente con un futuro. Non a caso il 2010 è l’anno internazionale della biodiversità.

    -Lo stato delle acque e l’impatto delle specie alloctone
    Ora veniamo al caso delle nostre acque che versano chi più chi meno in condizioni sicuramente difficili. A questo riguardo il Prof. Pier Giorgio Bianco del Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università Federico II di Napoli scrive “La complessiva azione di degrado ambientale e della qualità delle acque interne, sono solo in minima parte responsabili dell’attuale degrado cui versa tutta la ittiofauna autoctona del nostro paese. L’introduzione di specie esotiche d’oltralpe o extraeuropee, le semine fatte con miscellanee di specie spesso sconosciute, i movimenti di intere componenti locali trasferite da un bacino all’altro, hanno confuso con l’andare del tempo, tutta la situazione ittiofaunistica originale. Gli alieni sono spesso comparsi e si sono diffusi in maniera occulta. In recenti studi (Bianco, 1998) sono state evidenziate le fasi salienti, periodiche di queste manipolazioni ittiche. Le introduzioni sono state effettuate probabilmente da che l’uomo allevatore ha iniziato a coltivare specie ittiche per uso alimentare”.

    Dunque l’introduzione degli alloctoni causata da una serie di considerazioni e iniziative più o meno folli della generazione che ci ha preceduto ha messo in seria crisi moltissimi ecosistemi acquatici. Ecosistemi in cui alcune specie già erano in difficoltà a causa dell’inquinamento e di altre azioni antropiche. Attenzione che non tutti gli alloctoni hanno lo stesso impatto. Ad esempio, il luccio continentale (detto anche verdone), che peraltro è scorretto definire alloctono essendo esattamente la stessa specie, occupa esclusivamente la nicchia ecologica del luccio nostrano. Il che è un problema per il luccio nostrano ed infatti la tutela di questo procede parallelemanete al recupero della specie luccio, ma non è un grosso problema per l’equilibrio e lo è relativamente per la biodiversità. Al contrario, una carpa erbivora o amur in un ambiente ricco di vegetazione avrà un impatto molto marcato e comporterà oltre alla scomparsa della vegetazione la scomparsa di tutte le specie che basavano sulla presenza di vegetazione la loro sopravvivenza. Lo si è visto bene nelle acque di bonifica del ferrarese dove l’introduzione irresponsabile di quantitativi massicci di amur al fine di evitare il costo economico del diserbo che annulamente veniva effettuato ha portato alla scomparsa di ogni forma di vegetazione. Con conseguente scomparsa delle zone di frega del luccio, dei ripari e del cibo della tinca e di altri piccoli ciprinidi autoctoni. Non solo, venendo a mancare la fitodepurazione le acque hanno raggiunto livelli di torbidità mai conosciuti in precedenza che hanno avantaggiato notevolmente predatori quali il siluro a discapito di altri. Quest’ultimo fatto sicuramente non solo a causa dell’assenza di vegetazione ma anche di altre forme di inquinamento.

    Il siluro d’europa si è inserito in questo contesto e si è trovato di fronte un ecosistema compromesso in cui ha potuto occupare ogni nicchia ecologica relativa ai predatori ma con vantaggi evolutivi e richieste ambientali in termini alimentari enormemente superiori. Oggi i dati parlano chiaro, nelle acque di pianura sono presenti solo siluri, carpe, abramidi, amur e altri alloctoni tutti di dimensioni particolarmente rilevanti con una fortissima perdita di biodiversità visto che su 36 specie solo 10 sono effettivamente rappresentate in termini di biomassa. Tutti volenti o nolenti ittiofagi, non essendoci altre risorse se si esclude il gambero della Louisiana, e con percentuali di biomassa innaturali con siluro e carpa che da soli rasentano il 70% del totale e una piramide ecologica semplificata e invertita . Tant’è che il siluro in alcune zone è in leggera regressione in quanto non trova più sostentamento alimentare. La sovradensità di singole specie porta inoltre alla potenziale diffusione di parassiti e batteri tramite contatto nocivi per tutta la fauna ittica.
    Tutto questo, che biologicamente potrebbe definirsi un “ecomostro”, è un esempio dei rischi che si corrono in un contesto fortemente artificializzato dall’intervento umano.

    -Responsabilità e futuro della pesca sportiva
    La pesca sportiva non è certo esente da responsabilità. Dalle esperienze sul campo è possibile notare che molti pescatori sono del tutto privi delle conoscenze di base dell’ecologia e della biologia delle specie oggetto di pesca. Dietro la politica oggi molto diffusa del catch & release, che rappresenta un importante punto di partenza nella formazione di un etica della pesca sportiva, si nasconde l’illusione di un comportamento ambientalista spesso però lacunoso (rispetto delle normative, divieti di pesca, ecc..) che porta ad atteggimenti mirati alla salvaguardia della sola specie di interesse piuttosto che non alla salvaguardia e alla tutela dell’intero ambiente e dell’ecosistema.

    Sul ruolo della pesca sportiva l’ittiologo Sergio Zerunian scrive “Le immissioni intenzionali di specie estranee nei corsi d’acqua italiani ha segnato profondamente la qualità degli ecosistemi fluviali, e la responsabilità dei garisti è indubbia. Il bussines della pesca sportiva ha prodotto in tempi relativamente brevi dei danni difficilmente quantificabili, e ha condannato all’estinzione molte delle specie autoctone italiane. L’immissione di specie alloctone è la seconda causa, dopo l’inquinamento, di alterazione degli ecosistemi di acqua dolce. Il problema interessa praticamente tutte le entità tassonomiche, e le specie ittiche a rischio sono numericamente rilevanti. Quando viene introdotta una nuova specie, essa deve disporre di una nicchia ecologica vuota da poter occupare, oppure scalzare dalla stessa nicchia una specie esistente, altrimenti l’introduzione non avrà successo. Nel caso in cui la specie neointrodotta ha successo, si hanno alterazioni spesso drammatiche nella struttura comunitaria preesistente. In Italia il mercato della pesca amatoriale è pure instabile e segue le mode del momento, e tutto questo comporta degli squilibri ecologici che tendono a favorire i Ciprinidi, meno sensibili al decadimento qualitativo degli ambienti fluviali e lacustri e meno soggetti al prelievo, a discapito dei Salmonidi, molto più sensibili e oggetto di pesca assidua”.

    Oggi dunque ci troviamo di fronte ad una situazione di forte degrado, non solo nel delta del Po e nei canali della bassa ferrarese ma anche in molte altre zone di pianura più fragili rispetto ad altre vista la facile disponibilità di nicchie ecologiche.
    Forte degrado che avrà impatti sempre più rilevanti anche sul futuro della pesca sportiva, non solo su tecniche ormai già in forte difficoltà quali lo spinning, ma l’assenza pressochè totale di novellame di carpa in molte acque con forte presenza di siluro, vista la difficoltà a raggiungere la taglia rifugio, e l’esplosione degli abramidi apre l’incognita del futuro stesso del carpfishing una volta che gli esemplari di grossa taglia di carpa saranno scomparsi.

    -Il futuro che ci aspetta
    Alcuni oggi dicono “salviamo il salvabile” oppure ancora peggio “lasciamo che la natura faccia il suo corso”. Un atteggiamento del genere significa essere sconfitti in partenza, significa rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità, significa rinunciare a lottare e a capire il perchè dell’attuale stato delle cose, significa dimenticare la nostra storia. La biodiversità fa parte della nostra cultura, il luccio, la tinca, l’anguilla, la marmorata sono i monumenti delle nostre acque interne. Non solo, va ricordato come su 48 specie autoctone, ben 22 sono endemiche(vivono cioè solo nel nostro Paese e in nessun’altra parte del mondo!).
    Di fronte ad un terremoto che distrugge un monumento e lascia spazio ad una tendopoli, noi ci prodighiamo per cercare investitori e ricostruire il monumento come era in origine non facciamo delle lotte per tutelare la tendopoli.
    L’idea che gli alloctoni attualmente presenti possando trovare un equilibrio, oltre alla perdità totale di biodiversità, è in contrasto con tutto quanto detto sopra, e con ogni nozione elementare di biologia. Se anche si prendessero tutti i pesci del Volga e fossero trasferiti in Po questi non troverebbero mai un equilibrio come magari avevano nell’ecosistema originario perchè il Po non è il Volga, la temperatura dell’acqua è diversa, la vegetazione è diversa, tutto è diverso. In sostanza sono due biotopi diversi. E dunque l’equilibrio che si era creato in migliaia di anni salta ed evolve verso un nuovo “equlibrio” che in qualche migliaio di anni se va bene verrà trovato. L’unico equilibrio che oggi il fiume Po ammette è quello che si era creato con l’evoluzione.

    L’argomento che viene spesso usato a questo punto è l’impossibilità del ripristino della fauna ittica originaria e dunque della necessità di valorizzare quella attuale. Argomento che è sensato per alcuni grossi corsi d’acqua ma che è comunque non corretto da un punto di vista prettamente scientifico. Infatti se è vera la prima affermazione è inevitabile concordare con la seconda. Ma non è così, i pesci hanno capacità riproduttive incredibili non confrontabili con altre forme di vita quali i mammiferi o gli uccelli ad esempio. Ed è anche per questo che una specie ittica alloctona se favorita nella fase riproduttiva si diffonde e colonizza una zona in tempi così rapidi.
    Ripopolare un corso d’acqua sano porta a risultati incredibili nel giro di pochissimi anni e con investimenti contenuti. Un caso esemplare in questa direzione è rappresentato dal Lago di Fimon in Italia. Ma guardiamo a USA e Canada come esempi. Hanno letteralmente “resettato” (uccidendo con il Rotenone, un insetticida acaricida naturale molto tossico per i pesci ma poco tossico per gli altri animali, quasi tutta la fauna ittica) alcuni bacini e fiumi riportandoli in pochi anni a situazioni prossime a quelle originali. Attenzione non si stanno di certo auspicando soluzioni estreme all’americana che in Italia oltretutto sono vietate dalla legge, ma facendo il quadro della situazione per capire meglio il problema e i diversi approcci. In quest’ottica la comunità europea ha emanato la direttiva di cui abbiamo parlato inizialmente e che prevede che laghi e fiumi debbano essere popolati in maggioranza da fauna autoctona e in grado di riprodursi. Questo proprio in virtù della biodiversità di cui sopra.

    Abbiamo detto tutto questo soprattutto per sfatare una serie di convinzioni errate, che nascondono una verità scomoda, e che spesso ci portano a dei ragionamenti errati, non di certo per proporre soluzioni o scatenare campagne a favore o contro un certo pesce. E’ l’ecosistema nella sua interezza che va ripristinato, non solo la fauna ittica, ed oggi in molti casi vista la riduzione dell’inquinamento delle acque e lo sviluppo di nuove tecniche di rinaturalizzazione degli habitat questo è teoricamente e tecnicamente possibile.

    L’ambiente e il futuro dei nostri figli devono avere la precedenza sugli interessi di qualunque associazione di pescatori, inclusa ovviamente la nostra. Se noi pescatori non abbiamo solide basi scientifiche come punto di partenza ci getteremo sempre in un vicolo cieco e di pesce ce ne sarà sempre meno per tutti.

    Referenze
    -Bianco P.G. (1998) Freshwater fish transfers in Italy: history, local modification of fish composition, and a prediction on the future of native populations. In: J. Cowx Ed., “Stocking and Introductions of Fishes” Fishing New Book, Blackwell Science, Oxford.
    -Bianco P.G., Santoro E. (2005), I pesci e i decapodi d’acqua dolce della Riserva Naturale Regionale Monterano: alterazioni prodotte, status degli autoctoni e indicazioni gestionali.
    – Zerunian S. (2001), Condannati all’estinzione? Biodiversità, biologia, minacce e strategie di conservazione dei pesci d’acqua dolce indigeni in Italia, Edagricole.

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